Una favola – parte 2

23 Ott

C’era una volta, già perché ora non sappiamo che fine abbia fatto. Dicevo, c’era una volta una donna, non era povera, non era ricca, non era bella, non era brutta era solo una donna. Aveva i suoi pregi ed i suoi difetti, proprio come ogni altra donna, e proprio come ogni altra donna aveva una persona che vedeva in lei qualcosa di speciale. Annullava i suoi difetti, per elevare i suoi pregi, in lei vedeva solo la bellezza, e tutti i tratti che per altri sarebbero potuti sembrare imperfezioni, davano a lui la serenità di sapere che era umana, e non un angelo, come altrimenti avrebbe potuto presumere. Come di rado accade nelle favole, i due vivevano felici insieme. Vivevano di quella felicità non proprio da favola, ammettiamolo; ma di quella felicità fatta anche di momenti difficili, dei quali apprezzi ancora di più la bellezza, proprio perché affrontati insieme. Erano reali. Niente di stucchevole e patinato, non c’erano carrozze, cavalli o derivati; non c’erano nani, castelli o strani animali parlanti o simili. Solo loro due. Avevano amici, la loro comprovata felicità, l’amore da ambo le parti ed il tempo che trascorreva tutto sommato in maniera piacevole.
Poiché la favola rispetti i suoi parametri abbiamo bisogno di un evento drammatico che mini l’iniziale status di quiete e metta in allarme il lettore ed i nostri protagonisti, insomma qualcosa che movimenti la storia, altrimenti resterebbe solo un quadretto di una coppia come tante.
Era una settimane come tante, tribolazioni varie, giorni felici, e giorni un po’ meno, ma tutto scorreva per il meglio. Ad un tratto la nostra protagonista cade vittima di un sortilegio. Ma come? Un sortilegio?! Già, perché se c’è qualcosa che abbiamo imparato in anni di fiabe lette o viste come cartoni animati in TV, è proprio che l’antagonista è un certosino lavoratore che opera costantemente e col solo scopo di colpire uno dei protagonisti. È un lavoro duro ed instancabile quello del nemico! Pensateci, innanzitutto avere una valida motivazione. Può essere dal cuore di una donna, alla rivalità alla conquista del mondo, però senza di questa crollerebbe già tutto. Poi serve un piano. E non una cosa così abbozzata su un tovagliolino di un bar durante un happy hour, ma stiamo parlando di combinazioni diaboliche, di incastri perfetti, di marchingegni che si azionano a seconda di certe reazioni e via dicendo. In ultimo, ma non per importanza, serve un nemico! Eh già, il nemico del nemico è, manco a farlo a posta, il nostro eroe, il perno della nostra favola, l’unico in grado di scatenare le emozioni giuste nel nemico per le motivazioni ed essere l’oggetto di studi per attivare tutte le fasi del piano; perché è inutile investire in un drago sputa-fuoco, se sai che il tuo protagonista non verrà a salvare la sua principessa. È uno spreco! quindi, il nostro nemico studia i comportamenti, i suoi punti deboli in modo da definire al meglio il suo piano.
Dicevamo. La nostra protagonista, cade vittima di un sortilegio, messo in atto tempo prima dal nostro nemico. In questo caso il nostro nemico è infimo, è strisciante, è mellifluo. Ti accarezza dolcemente facendoti assaggiare l’ambrosia, consapevole del tuo diabete. E cosa c’è di più infimo di una amica gelosa? Ovviamente la domanda è retorica, la risposta sardonica.
Nessuno sa da dove venga questa gelosia, ma sappiamo il lavoro incessante che è riuscito a far fare sulla nostra eroina, tanto da farla cadere in un sortilegio. Uno stato di alterazione totale del suo raziocinio. Invasata, irrequieta e distruttiva. Tutto quello che prima non era. Il sortilegio era così ben riuscito che lei stessa accondiscendeva a questa sua condizione con la naturalezza che si potrebbe confare ad un abbraccio. Da quel momento, il suo imprinting distruttivo, ebbe la meglio su tutte le altre emozioni. Il suo cuore divento di pietra, una grossa onice nera che non era in grado di provare più emozioni. I muscoli sempre tesi e serrati, come se fosse in un perenne stato di allerta, pronta a guerreggiare contro chiunque le andasse incontro, gli occhi vitrei e pieni di cattiveria. Il primo a vedere gli effetti dell’incantesimo fu proprio il nostro protagonista, allontanato come l’ultimo degli esseri umani, accusato, e calpestato nell’orgoglio. Seguirono gli altri: le amiche, conoscenti e familiari. L’unica stranamente incolume da questa furia cieca era proprio l’integerrima amica, artefice del maleficio. Era la fine. L’attività di autodistruzione della nostra protagonista, ormai aveva l’onta della normalità. Era penetrata così a fondo, che molti, per timore, la scambiavano per il suo naturale comportamento. Una tragedia. La lunga storia d’amore era svanita, la tranquillità morta ed ormai non restavano che brandelli di cuore sparsi qua e la.
Non esiste eroe che s’arrenda. Questo è un fatto conclamato in ogni favola, e noi non faremo certo eccezione. A questo punto, c’è il passaggio in cui il protagonista si migliora, scopre il piano del suo nemico, fa qualcosa tipo palestra, un piano concorrente, roba del genere, in modo da uscirne migliorato dalla situazione di sconforto precedente, ed essere pronto ad affrontare la sfida. Nelle favole normali è tutto più semplice, tu (eroe) vai, ammazzi il drago, il mostro, strega, nemesi che sia, il sortilegio svanisce e tutti a casa felici e contenti! Ma qui c’è stata una fusione tra nemico e protagonista, anzi, il nemico è la protagonista! Non puoi ucciderla, devi salvarla, vuoi salvarla, ma non puoi neanche uccidere il nemico, alla fine va a finire che ti diventa martire e fai pure la figura del fesso. Lei ha pure l’antidoto all’incantesimo, quindi è fuori discussione la decapitazione della perfida ed acida amica. Che fare? La forza bruta qui non paga, in casi di questo tipo l’intelligenza non riesce sconfiggere la durezza di quel cuore d’onice. L’unica cosa che rimane è l’amore.
Il nostro eroe, sembra armato come un soldato alle grandi manovre, ma non ha un cavallo bianco sfavillante, la sua armatura è fatta solo di quello che ha da dare, la sua voce è l’unica spada che impugna, e non vuole più usarla per ferire, ma per amare. Questa favola a differenza di altre non ha avuto ancora un fine, e non sappiamo se sarà lieto o meno. Sappiamo che c’è ancora una persona arrabbiata, una invidiosa, ed una innamorata. A differenza delle altre favole, qui, non ci sono eroi, solo errori. Forse non c’era solo un nemico. Non c’era solo l’amica incattivita dalla sua pochezza a fare da nemesi, c’è anche una serie infinita di sbagli che il nostro protagonista non ha riconosciuto a lei ed a se stesso, ed ora l’unica in grado di sconfiggere la rabbia e la malvagità accumulata è solo la nostra bella protagonista.
Come in ogni favola vorrei però lasciare una piccola morale. L’orgoglio è uno dei mostri più feroci che si possano affrontare, perché ci pone in combattimento con il nemico più difficile da sconfiggere: noi stessi. L’invidia è una bestia che sfamiamo con la nostra piccolezza. Dovremmo imparare ad essere felici per quello che i nostri amici hanno, non per quello che noi non abbiamo rispetto a loro, cercando poi di farli abbassare al nostro livello di pochezza. L’amore è un arma a doppio taglio: quando si è amati si tiene il manico di un coltello che usiamo per infierire con l’ovvietà del gesto, ma poi ci scordiamo che quel coltello, un giorno lo avrà in mano qualcun altro che potrà ferirci allo stesso modo.
Cara mio dolce angelo, non ho smesso di combattere, sono solo qui a dimostrarti il mio amore aspettandoti, sicuro che ne varrà sempre la pena.

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