Una favola

30 Set

Ho ritrovato una vecchia favola scritta un po’ di tempo fa, dettata da momenti diversi da ora:
C’era una volta in un tempo lontano, una giovane principessa che viveva nel suo regno incantato, tranquilla e beata. Durante la stagione delle nevi, in uno dei balli di corte, conobbe un giullare, un buffone della corte vicina, che la fece innamorare di lui. Il tempo tra i due scorse pacificamente, finché per un brutto maleficio, il giullare fu colpito da un incantesimo che lo trasformò in un mostro al calare delle tenebre. Non appena giungeva il crepuscolo, il buffone si trasformava in un mostro e faceva cose inenarrabili, lontane dalla sua vera indole. La presa di coscienza delle sue nefandezze, da parte del giullare, era presente, ma spaventato dall’ipotesi di non essere in grado di poter sposare la principessa, fu costretto a continuare la sua vita notturna.
La principessa fu avvisata dalle sue dame di corte di quanto stesse accadendo al suo amato giullare, specie poiché coinvolgeva tropo frequentemente una dama della sua stessa corte, la quale era precedente oggetto delle attenzioni del cantastorie.
Il giullare, come tutti ben sanno, balza di fiore in fiore, racconta splendide favole e sa come ammaliare con le parole ogni donzella del reame, e così fece per diverso tempo anche con la sua amata principessa. L’amore, meschino e infingardo, fece continuare questa operetta per diverso tempo, mentre quasi tutto sembrava scorrere come sempre, maledizione compresa.
Passava del tempo, e la principessa iniziò ad avvertire dei cambiamenti nei sentimenti verso il saltimbanco. Sentiva che la sua maledizione, era di impiccio. Così chiamò il cocchiere e fuggi, in virtù di una alquanto strana sparizione del giullare.
La principessa cercò consolazione verso altri lidi, in altri reami e con altri presunti principi laccati e dotati di carrozze imperiose. Diceva di voler vedere altre città, di voler capire cosa le stesse accadendo, lasciando in balia delle onde l’oggetto del suo più puro amore.
Nel frattempo il giullare, era andato a ritroso, per cercare di capire chi o cosa gli avesse mai fatto quel maleficio, finché non lo scoprì: era incapace di amare. Se ne stupì, rimase allibito e di stucco dinanzi a quella affermazione così secca. Ripensò a quante fanciulle avesse conquistato, a quante avesse decantato il loro amore, e si accorse che la profezia aveva tristemente ragione; in passato la sua era paura di non saper stare solo, non aveva mai amato, non come ora. Nei giorni che seguirono questa sua dissertazione introspettiva, torno in auge la donzella della sua corte, ammaliandolo e respingendolo, cosa che ormai si protraeva da troppo tempo. Ora le scelte erano due: continuare il suo solito balzare di fiore in fiore con la damigella, o cercare di riconquistare il cuore della sua amata principessa? La mente fece mille voli pindarici, e tutti volgevano ad una sola ed unica soluzione… salvare la principessa.
La scelta aveva anche un doppio valore, non solo salvare la principessa, ma anche riscattare la maledizione che lo affliggeva e che ormai solo la principessa stessa poteva sconfiggere.
Corse per mari e per monti, per valli e villaggi, finché non la trovò li, bella come sempre ed ancora più irresistibile. Le prese la mano, le parlò con franca sincerità di tutto quello che lei provava, ma c’era qualcosa di strano. I suoi occhi, come le sue mani ed il suo cuore erano gelidi. Il tempo passato ad aspettare il suo giullare, e le sue peregrinazioni l’avevano cambiata, fino a gelarle il cuore. Lei, con sterile voce gli parlò del tempo che lui aveva perduto, di tutte le damigelle, delle dimostrazioni d’amore che avrebbe voluto, e che non ha avuto. Gli disse anche di essere stanca di tutto questo e di non credere che il loro futuro collimi, che resterà sempre il buffone di corte, ma niente di più. Si sentì un rumore per tutta la valle. Un sordido rumore riecheggiare in ogni dove, era il rumore del cuore infranto del buffone. Già. Il giullare era caduto. Quel buffo ometto che sembrava non avere cuore, che sfoggiava sorrisi ed indifferenza in ogni occasione, si era dimostrato più umano in un momento che non in tutta la sua vita. Cosa fare? Come recuperare? C’era da abbandonare tutto, mantenere un sorriso smagliante ma finto, o combattere per qualcosa di più duraturo e vero?
La sua faccia divenne seria seria, gli occhi lucidi, ed il suo vestito magicamente si trasformò. Niente più lunghi scarponi e berretti buffi, niente sonagli e cianfrusaglie buffe. Si ritrovò come se fosse nudo, e con un filo di voce disse alla principessa: “Solo tu potevi spezzare l’incantesimo che mi intrappolava in questo vestito e nelle sue ombre, con un bacio potrai fare di me il tuo principe azzurro”. La principessa lo guardò, fisso negli occhi per un lungo tempo. Gli occhi le diventarono lucidi, fino a far cadere dal suo volto la prima lacrima che cedette il passo subito alle altre, e convinsero anche quelle della faccia del buffone a farsi avanti e a rigare la su faccia. Lui le strinse la mano, la chiamò principessa, le poggiò la mano sul cuore e le promise che sarebbe stato suo per tutta la vita. Lei ancora sopraffatta dalle lacrime, in un pietrificante silenzio, tolse la mano dal suo petto, gli diete una sberla dritta in viso e poi dolcemente lo baciò.
Il buffone era rinato principe, come il brutto anatroccolo era rinato cigno, ci volle del tempo perché la principessa concedesse di nuovo tutto il suo cuore al suo principe, ma la sua ritrovata tenacia, ed il ritrovato amore fecero si che lei ritornasse ancora più innamorata di lui. Lui le tenne la mano e da quel momento non glie la lasciò più. Fu così che vissero felici e contenti.

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